lunedì 21 aprile 2014

La folle passione di Dio per l’uomo

Di Don Franco Candita con sua intervista


Le tempeste nella vita dell’uomo non sono poche, e le immagini bibliche delineano i tratti della forte tensione che gli s’impongono lungo il percorso degli anni. Pellegrino verso la terra promessa è Abramo (Gn 12,1), fuggiasco è Giona che non ne può della misericordia di Jahwé (4, 2-4), esule è Elia nutrito del pane portato dai corvi (1Re, 17,6), carcerato è il Battista per le mascalzonate di Erode (Lc 3,19). La sorte di questi uomini e di migliaia e migliaia di altri commuove; ma alle donne che seguivano Gesù lungo la via del Calvario  commosse e in pianto fu detto perentoriamente «non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli! Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato .… Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23, 28ss.). È inutile generare e nutrire figli se qualcuno maltratta così gli uomini, come sterpi secchi adatti per il fuoco acceso dalla corruzione, dalla follia umana. La "passione" che ci vuole per opporsi a questa follia omicida deve rivestire caratteri sovrumani, quasi divini. Tocca vedere un Dio che soffre per capire l’essenza, la tragedia dell’uomo che fa soffrire un altro uomo. Se a queste follie non si contrappone la passione di Dio per l’uomo (percepita benefica da milioni di uomini e donne per la loro vita sulla terra e protesi verso la vita imperitura) tutto è perduto. Le tombe possono contenere ossa e ceneri, non l’identità personale, segnata per sempre dalla indefessa e continuativa relazione di Dio con l’uomo.

       È vero che "il processo dei processi" che vide imputato Gesù si concluse rapidamente, senza nessuna dilazione né prescrizione come sanno fare i furbi ricchi in tribunale, con la crocifissione. Un processo e due condanne da due tribunali: quello religioso perché, sotto il profilo canonico religioso, «violava il sabato, e  chiamava Dio suo Padre facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18), e quello politico perché si fece «re dei Giudei» (Gv 18,19). Al Nazareno non mancò il tradimento, figlio della corruzione per 30 denari (oggi avrebbe fruttato almeno 3 milioni di euro, trattandosi del Figlio di Dio)!  Questi profili politico-religiosi mostrano tutta la loro corruttibilità e corruttela a partire da quell’evento; la Pasqua non li ha resi senza efficacia (purtroppo ancora oggi producono tanti guai) ma manifestamente iniqui e tragici perché colpiscono i più piccoli e i più bisognosi. Quando la tomba dell’Unigenito Figlio è scoperchiata e in Lui è insufflata vita nuova, sono resi superflui olii, essenze mummificanti. Di mummificati restano i credenti che rendono insulsa, festaiola, folkloristica la Pasqua.

Ma perché la Pasqua per i cristiani deve prosperare solo nel dopo-morte e non aleggiare sui viventi, sugli esuli, sugli affamati, sui carcerati, sui decapitati della speranza? Mi venivano queste domande quando mi si è offerta la lettura di una pagina di E. Bianchi, illuminante e niente affatto disperante, nonostante le tante fitte domande. Ha scritto: «Dalla mia bisaccia oggi estraggo un pensiero per me inquietante, che da sempre accompagna la mia vita di monaco e di cristiano. Perché il cristianesimo è così impossibile da vivere, così inefficace nel plasmare la storia degli uomini? Perché il Regno che Gesù annunciava come imminente non ha portato nessuna novità, se non – come diceva Ireneo di Lione – “l’unica novità che è Gesù Cristo”? Ho sempre vissuto una contraddizione forte nella mia vita interiore: credere in Gesù Cristo come Signore, come colui che salva le nostre vite, colui che amiamo al di sopra di tutti e di tutto, e nello stesso tempo vivere come se queste verità fossero tutte nell’attesa, nella speranza, senza mai poterle vedere attuate nelle nostre vite quotidiane. Perché continuiamo a fare il male che non vorremmo e a non fare il bene che vorremmo, continuiamo a morire nella sofferenza e viviamo amori che ci fanno soffrire? Perché a ogni confessione di fede in te, a ogni lode, a ogni eucaristia, dobbiamo gridare: “Vieni, Signore Gesù!”? In me il “non ancora” pesa, e quando incrocio gli occhi di un morente, quando avvicino il mio volto a quello di un handicappato in carrozzella o di un ragazzo down, fremo, dicendo con tutte le mie viscere: “Perché non vieni subito? Vieni presto, Signore!”».

       Vieni non per eliminare il venerdì di passione, ma almeno per renderlo più sopportabile! Quando l’aggressione degli uomini giunse al top e la violenza dei potenti dileggiò la dignità dell’uomo Gesù, quando il suo abbandono nelle mani del Padre massimizzò l’incarnazione nella storia, non chiese l’intervento di "dodici legioni d’angeli per liberarLo dalla morte". Il potere degli uomini che si fanno dio si svilì, e il servo di Jahwé, che non aveva altro dio che DIO, vinse morendo. Lo scontro tra potere e non/potere, tra la casta sacerdotale, politica, intellettuale e il Nazareno, il Rabbi Galileo, il Crocifisso acquistò visibile inconciliabilità, anche nei confronti del populismo che volle libero Barabba. Tutta la vita del figlio di Maria era stata spesa per la causa dell’uomo, perché questi vivesse nel regno di Dio, nella giustizia e nella verità. Questo regno (dopo la Pasqua) segnò la vita dei discepoli che impararono: «chi perderà la propria vita, per causa mia, la troverà» (Mt 16, 25).

La causa che Gesù ha sposato è che gli uomini «abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10), che vivano il comandamento nuovo «come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) come liberazione, come Pasqua interiorizzata (lotta morale, ascesi) e Pasqua da attualizzare (più simile alla traversata del Mar Rosso, per sfuggire ai carri del faraone); una Pasqua capace, come dice papa Bergoglio, di "far ardere il cuore", di curare ogni tipo di malattia e di ferita, di ridare un pizzico di felicità. Chi sposa la causa, e si fa discepolo, è esposto ai tribunali di Anna e Caifa, sale sul pretorio di Pilato, è condotto nel palazzo di Erode, è sottoposto a interrogatori, flagellazioni, a indossare la clamide ed essere chiamato pazzo. Il pazzo mondo del diritto romano, ebraico, sacerdotale, il pazzo mondo della cultura degli scribi, del fariseismo, tutti insieme dichiarano pazzo Colui che incarna la Sapienza di Dio. Questa è la santa follia di Dio e di Gesù: amano immensamente l’uomo e contemporaneamente ne smontano le ragioni della follia omicida fondata su un certo diritto, su una certa pseudo religiosità e/o privilegiata esistenza di alcune caste. Pasqua è liberazione, bisogno di una nuova alba, di nuovi orizzonti e patrie, e nessun evento del triduo è eliminabile, scegliendo il lusso di vivere solo della Risurrezione.

       Chi abbraccia la causa di Cristo, vessillo di diseredati, perseguitati, affamati, assetati, ignudi, forestieri, ammalati, diserta i vessilli dei produttori di armi, di economie affamatrici, di finanzieri estorsori, di politici mangioni, della casta sacerdotale alla Caifa (ruffiano col potere di Roma). Se stai di qua col popolo reietto non stai di là con gli oppressori. Su questo Golgota universale Dio vede "il poter del potere" e ascolta il grido: "Tutto è compiuto" (da Lui, ma quanto resta da parte nostra!). L’agnello rituale è sacrificato nel Tempio, mentre Cristo, agnello irrituale, sostitutivo di ogni sacrificio, viene ucciso sul colle della capitale Gerusalemme. La teologia della Croce è una teologia laica, non sacralizzante; è la teologia del gran progetto del Padre: non abbandonare il mondo a se stesso, mandarvi il suo Figlio perché gli uomini fraternizzino al calore del suo amore. Nel mentre Gesù muore sulla croce, non i sacerdoti ma il centurione esclama parole di fede e di rivelazione: «costui era davvero il Figlio di Dio!» (Mt 27, 54). Il velo del Tempio si squarcia da cima a fondo, perché il Tempio di Dio è il corpo di Gesù, è il corpo di ogni uomo. Là è Dio.

      I preti sanno che i riti del Tempio non sono esaustivi; riconoscono le fughe dei credenti che partono dall’orto degli ulivi e dai piedi della croce e finiscono col rintanarsi nel Cenacolo. Ma poi con Pietro, pentito, bisogna annunciare al popolo le parole di Davide riferite al Cristo: «non abbandonerai l’anima mia negli inferi,
né permetterai che il Santo veda la corruzione» (At 2,27.31). Parole che richiamano quelle di s. Paolo: «Chi semina nella carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna» (Gal 6,8); e quelle di Giovanni «quel che nasce dalla carne è carne, quel che nasce dallo Spirito è Spirito» (Gv 3,6). Da teologo, Giovanni elabora una teologia della passione di Dio per l’uomo dallo sviluppo sconvolgente; questo si legge nei brani più famosi: la samaritana, il cieco nato, la risurrezione di Lazzaro (che «i sommi sacerdoti deliberarono di uccidere, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù» (Gv 13, 10). La Pasqua denuncia i danni procurati "dall’odio religioso". Pochi ricordano la crociata anticrociate dell’Inchiodato che invocò: «Padre, perdona loro …. ».

       La fraternità degli apostoli, ridotta in cocci, poteva essere risanata nel Cenacolo col pane mangiato e col vino bevuto in memoria del Gesù sofferente e offerente. Ma gli apostoli preferirono la simulazione e la fuga. Ebbero in consegna di lavare i piedi gli uni gli altri. Due sacramenti nella stessa sera. «La lavanda è il sacramento per eccellenza che, proprio per ciò che potenzialmente significa, non poteva essere annoverato tra i sacramenti riconosciuti dalla chiesa. Il gesto del giovedì santo, infatti, è “il rito della crisi del rito”, è l’atto rituale che manifesta la subordinazione di ogni rito alla relazione etica. Sovverte l’ordine sacramentale, del quale afferma nel contempo la necessità e l’insufficienza» (F. Nault). Nel 2013 papa Francesco sorprese e scandalizzò più di qualcuno perchè lavò i piedi a una ragazza musulmana nell’ istituto penale per minori, riconoscendo la situazione religiosa diversa; ci sorprenderà anche quest’anno? Si faranno addobbi per l’altare dell’ eucaristia, forse si esporranno i simboli del pane e del vino, ma mancherà l’ostensione del grembiule e di un catino d’acqua per i piedi.
       Se viene espunto uno dei due simboli (il Pane-Nutrimento e il Grembiule-Servizio) ci sarà mai un sostegno per gli uomini? La narrativa del pane spezzato a Emmaus prescrive l’essenzialità e descrive la presenza del Risorto nel del pellegrinare della Chiesa nei secoli. Prescrive un pane non indurito dall’ indifferenza, nè rubato dall’ avarizia e dall’ avidità, un pane fragrante di fraternità. Come riparare la sacramentalità e la significatività creaturale del pane? Con la condivisione: «Sia frugal del ricco il pasto; / ogni mensa abbia i suoi doni; / e il tesor negato al fasto / di superbe imbandigioni, / scorra amico all'umil tetto, / faccia il desco poveretto / più ridente oggi apparir» (Manzoni, La Resurrezione).

Le prime luci dell’alba di Resurrezione brilleranno allorchè la Vita dilagherà sulle lande deserte dei cuori lacerati che implorano: "Basta, Signore! Non Ti chiediamo di spalancare le tombe, ma che ce ne siano sempre meno. Chiediamo soprattutto che ci siano mani sollecite, fraternità indefesse, consolazioni durature sotto un cielo stellato, meno buio".Ci crediamo e speriamo: Cristo Resurrexit!


   

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